Il sindaco di Messina, l’ex onorevole dell’Ars Cateno De Luca, dopo le ferie che aveva annunciato di volersi prendere dal 26 agosto al 3 settembre ha atteso la giornata odierna che lo vedrà alla sbarra per il cosiddetto processo d’Appello sul “Sacco di Fiumedinisi“, adottando un basso profilo soprattutto sui social dai quali è scomparsa (almeno per il momento) la sua tendenza di cacciatore di streghe per farsi paladino di “una presunta legalità” contro cittadini violatori di leggi e regolamenti. Oggi, dopo la requisitoria della dottoressa Adriana Costabile (sostituto procuratore generale) che ha chiesto lo scorso 16 aprile, la condanna di De Luca a 4 anni e 4 mesi, i giudici del collegio giudicante, Buno Sagone, Luana Lino e Maria Tindara Celi, dovrebbero riunirsi in Camera di Consiglio per poi estendere la Sentenza… tramite la lettura in Aula.
Il procedimento per il quale è imputato l’ex deputato regionale, riguarda vicende risalenti a quando era primo cittadino del centro Jonico (dove lui ha avuto i natali) comprese fra il 2004 ed il 2010. All’attenzione degli inquirenti è finita la realizzazione di un Centro Benessere annesso ad un Albergo, 16 villette da parte della Società Dioniso S.r.l. e delle difese spondali del locale torrente… tutte fattispecie che secondo i magistrati rappresentanti l’Ufficio di Procura avrebbero favorito le aziende deluchiane.
In primo grado, De Luca era stato assolto dal Tribunale penale peloritano (rappresentato dal dottor Mario Samperi), dall’accusa di abuso d’ufficio, mentre il reato di tentata concussione gli fu derubricato in induzione indebita, ciò gli valse l’accesso al beneficio della prescrizione del reato. Al provvedimento di prime cure, si opposero i componenti della Procura di Palazzo Piacentini guidata dal dottor Maurizio De Lucia, secondo i quali l’ipotesi di tentata concussione non si sarebbe dovuta derubricare.
Se le tesi della pubblica accusa dovessero essere accolte, per De Luca potrebbe spalancarsi la porta della sospensione dalla carica, in base alla Legge Severino, che prevede appunto questa misura per “condanne anche non definitive” superiori ai 2 anni.



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