Testo… di Angelo Giorgianni, tratto da www.thehour.info!
C’è un momento, nella vita di una città, in cui le parole cominciano a suonare vuote e la realtà, come una marea lenta e testarda, entra nelle case, nei bar, nelle piazze, senza chiedere permesso: A Messina (foto sopra tratta da Wikipedia) questo momento è arrivato. Non è stato un boato, non è stato uno scandalo improvviso… è stato un lento risveglio collettivo, il rumore di un sipario che scivola e rivela ciò che da tempo la città aveva davanti agli occhi… le dimissioni del Sindaco Federico Basile sono state raccontate come un sacrificio istituzionale, una scelta sofferta in nome del bene comune.
Ma Messina non ci ha creduto. Perché i conti erano troppo semplici per lasciarsi ingannare: 441 delibere approvate su 442. E l’unica rimasta in sospeso non è stata bloccata da un’opposizione feroce, ma ritirata dalla stessa maggioranza. La crisi, quella vera, non c’era. C’era solo una storia costruita a tavolino. E quando la politica non trova più appigli nella realtà, si rifugia nei copioni. Così è accaduto ancora una volta, con un copione scritto non dal Sindaco dimissionario ma da chi da anni ne guida i passi come un regista guida gli attori sul set: Cateno De Luca.
Un gesto di obbedianza politica. Con una scena quasi imbarazzante
È qui che la città ha iniziato a collegare i fili. Perché se fuori da Messina il suo movimento non radica, non cresce, non conquista nuovi spazi, allora Messina diventa il suo unico capitale politico; e non un capitale da custodire, ma da spendere. La città diventa l’ultima moneta da spendere sui tavoli regionali e nazionali in vista delle prossime scadenze elettorali. Una pedina da muovere secondo necessità, non una comunità da servire con lealtà.
E dentro questo schema si comprende la scelta di Basile: non una scelta autonoma, non un gesto di responsabilità amministrativa, ma un atto di obbedienza politica. Una resa. Una dimissione non alla città ma a un capo. E Messina, che può essere paziente ma non cieca, lo ha capito. La conferma definitiva è arrivata con quel video, il video della finta sorpresa, in cui De Luca finge di apprendere in diretta le dimissioni del suo Sindaco. Una scena goffa, quasi imbarazzante, in cui il leader che decide ogni nomina, ogni mossa, ogni parola del suo entourage si trasforma, per magia, in uno spettatore ignaro. La città non ha creduto a un fotogramma. E quel video, invece di proteggere chi l’ha fatto, lo ha esposto: ha mostrato la volontà di prendere le distanze da una decisione evidentemente sua, troppo sua, inevitabilmente sua.
L’autoesaltazione
Ma il passaggio più rivelatore non è stato quello. È arrivato in uno studio televisivo, a Malalingua, quando De Luca, vantandosi di aver “resuscitato un morto politico”, ha evocato il Vangelo. Non come immagine retorica, ma come autorappresentazione. E lì, in quel lampo di autocelebrazione religiosa, la città ha visto il punto di rottura tra il leader politico e l’uomo che si percepisce come qualcosa di più. Perché qui non si discute di ciò che fa. Si discute di ciò che crede di essere. Nella sua autoesaltazione politica, De Luca non sembra più percepirsi come un amministratore eletto. Si percepisce come il centro necessario di tutta la scena politica: colui che crea e distrugge, che promuove e annienta, che consacra e scomunica, che elegge e “resuscita”. Non governa: domina. Non costruisce consenso: lo pretende. Non dialoga: impone. Non tratta il dissenso: lo considera tradimento.
“Questa volta hanno esagerato”.
Quando il potere entra in questa dimensione – non politica ma simbolica – la critica non è più un gesto di opposizione. Diventa un dovere civile. Perché una democrazia non sopravvive dove il potere smette di essere servizio e diventa culto. E una città non può restare muta quando capisce che il teatro sta sostituendo la realtà. Messina, in questo, è più adulta di quanto molti pensino. Sta reagendo nei modi che le sono propri: con la pazienza di chi osserva a lungo prima di parlare, con la dignità di chi conosce il valore delle parole, con la lucidità di chi ha imparato sulla propria pelle a diffidare delle rappresentazioni troppo perfette.
E così, nei bar, nei mercati, nei saloni, nelle cucine illuminate a neon, si sente la frase che segna la fine di tutti gli incantesimi politici: “Questa volta hanno esagerato. Hanno esagerato nel chiedere fedeltà. Hanno esagerato nel pretendere cieca gratitudine. Hanno esagerato nella recita della sorpresa. Hanno esagerato nel paragonarsi al sacro. Hanno esagerato nel credere che la città non vedesse”.
Il giudizio non arriverà dalla politica-spettacolo ma dalle urne
E quando una città vede, la politica deve smettere di recitare e ricominciare a spiegare. Perché è la città, e solo la città, che alla fine guarda chi resta saldo e chi crolla. E il giudizio non verrà nelle dirette, non verrà nei comizi, non verrà nei post… verrà nell’urna, dove la propaganda tace e resta solo l’essenziale. E se Messina deciderà di far valere la propria dignità politica, non giudicherà Basile – la pedina – ma il regista.
Non punirà un errore amministrativo, ma un’intera impostazione del potere. Non sancirà la fine di un uomo, ma la fine di un metodo. Il potere non è divino. Il consenso non è eterno. E nessun leader è infallibile. Messina non cerca profeti, cerca verità. Non cerca padri, cerca rispetto. Non cerca miracoli, cerca responsabilità. E quando una città adulta decide di essere protagonista, non teme nessuno. Perché una città adulta sceglie sempre – sempre – chi la rispetta.



