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Messina: 22 anni di carcere all’untore messinese…, che non rivelò alla compagna (che poi morì) di essere affetto da Aids

OGGI POMERIGGIO IN PRIMO GRADO, I GIUDICI DELLA CORTE D’ASSISE DI SEDE HANNO CONDANNATO IL 57ENNE LUIGI DE DOMENICO

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Articolo…, tratto da… www.lecodelsud.it!

Condannato a 22 anni, in primo grado, l’untore messinese accusato di avere trasmesso l’Aids alla ex compagna. La sentenza della Corte d’Assise di Messina è arrivata dopo parecchie ore di Camera di Consiglio per Luigi De Domenico, 57 anni, che non disse alla donna, avvocato messinese, di essere affetto da Aids e, quando lei avvertì i primi sintomi della malattia (non riconosciuta subito dai medici che la ebbero in cura e, per questo, a processo a parte) non indicò l’Hiv come possibile causa di quelle manifestazioni cliniche che nel luglio 2017 la portarono alla morte. Dopo 2 anni di sofferenze. Aveva 45 anni.

Un processo nato dalla tenacia della sorella della vittima, anche lei avvocato

Per lei, nel nome di lei, per quel figlio che la vittima ha lasciato ancora bambino e che ha accolto in casa come fosse suo, una donna di 52 anni, messinese, oggi ha vinto una battaglia: è stato condannato l’uomo che, sieropositivo, ha consapevolmente trasmesso alla propria compagna, dalla quale aveva anche avuto un figlio, il virus dell’Hiv. E la sorella di quella donna morta nell’indifferenza di chi, rivelando il virus da cui era affetto, avrebbe potuto salvarle la vita, non si è arresa e per 4 anni e mezzo ha lottato per ottenere giustizia.

I primi 2 furono anni di denunce, di dolore, urlato, che non si placava, perché lei lo voleva in cella quell’uomo, e nel 2019, dalla Procura di Messina arrivò l’ok alla custodia cautelare in carcere per Luigi De Domenico, accusato di i essere un untore non della sola compagna, ma. sostennero gli inquirenti, anche di altre donne. Gli altri 2 anni sono stati di attesa della odierna sentenza.

I trascorsi dell’imputato

L’uomo già in passato era stato assolto dal reato di lesioni nei confronti di una donna residente in nord Italia, poiché erano insufficienti le prove relative alla consapevolezza della propria sieropositività. Da qui partirono indagini mirate a stabilire con precisione il periodo in cui L.D.D venne a conoscenza della propria condizione. Si scoprì che sapeva di essere sieropositivo quando iniziò la relazione con l’avvocatessa messinese e tacque persino quando la donna cominciò a stare male e persino all’aggravarsi delle sue condizioni, non consentendole così di curarsi per evitare la morte. Inoltre, l’uomo avrebbe anche taciuto con l’ultima compagna, anche lei affetta dal virus dell’Hiv, ma fortunatamente viva: in questo caso l’accusa fu di lesioni gravissime.

Dell’uomo, dunque, arrestato per omicidio e lesioni gravissime, il Gip che firmò la misura cautelare scriveva: “Non sfugge che l’indagato ha con particolare spregiudicatezza taciuto a tutte le sue partners la sua condizione e con allarmante pericolosità ha preteso rapporti sessuali non protetti, mettendo a rischio l’altrui salute, per il proprio soddisfacimento sessuale. Le modalità con le quali, peraltro, ha non solo taciuto il suo stato alla compagna, ma pure l’ha fuorviata consigliandole integratori, pur potendosi rappresentare le conseguenze che la propria insensata condotta avevano provocato, rende oltremodo concreto ed attuale il pericolo di recidiva. Nonostante sapesse di avere l’Hiv ha nascosto la malattia e, rifiutandosi di avere rapporti protetti, ha contagiato almeno quattro donne, una delle quali è morta. Le condotte contestate denotano, pertanto, una personalità criminale di assoluto rilievo”.

Oggi pomeriggio, una sentenza che riduce di soli 3 anni la richiesta del Pm, che voleva l’imputato in carcere per 25 anni.

Gli avvocati Bonaventura Candido ed Elena Montalbano, che hanno rappresentato la famiglia della vittima nel processo, la commentano così:

Quali difensori delle persone offese – ancorché ovviamente soddisfatti dell’odierno esito processuale – non intendiamo rilasciare dichiarazioni trionfalistiche che sarebbero certamente fuori luogo. In questa dolorosa vicenda nessuno può ritenersi vincitore.

Il riconoscimento delle nostre ragioni non restituisce alla vita la Collega contagiata e, soprattutto, non restituisce la madre al nostro giovane assistito. Potremo sostenere che la “giustizia” ha trionfato solo quando avremo una sentenza definitiva.

Al momento ci limitiamo a constatare che la Corte di Assise ha riscontrato la fondatezza delle nostre argomentazioni e la conducenza delle prove raccolte dalla Procura ed integrate dalla difesa.

Adesso la parola passerà ai Giudici di Corte d’Appello, cui certamente ricorrerà il difensore di De Domenico, avvocato Carlo Autru Ryolo.