Home Cronaca Oggi a Palazzo Piacentini, sede del Tribunale di Messina è stato il...

Oggi a Palazzo Piacentini, sede del Tribunale di Messina è stato il giorno dedicato alla requisitoria dell’Accusa nel contesto del Procedimento Penale seguito alla morte dell’avvocata messinese spirata dopo essere stata contagiata dall’ex compagno che era sieropositivo e glielo occultò

IL SOSTITUTO PROCURATORE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA LOCALE, DOTTOR ROBERTO CONTE HA CHIESTO AI GIUDICI DELLA CORTE RAPPRESENTATI DAL DOTTOR MASSIMILIANO MCALI, 25 ANNI DI PENA PER IL 57ENNE LUIGI DE DOMENICO

518

Oggi a Palazzo Piacentini, sede del Tribunale di Messina è stato il giorno dedicato alla requisitoria dell’Accusa nel contesto del Procedimento Penale seguito alla morte dell’avvocata messinese spirata dopo essere stata contagiata dall’ex compagno che era sieropositivo e glielo occultò. L’uomo…, non disse nulla del suo stato sanitario anche ad altre partner che in precedenza lo avevano frequentato.

Il sostituto procuratore della Procura Repubblica locale, dottor Roberto Conte ha chiesto ai giudici della Corte rappresentati dal dottor Massimiliano Micali per l’imputato Luigi De Domenico un 57enne, 25 anni di pena. I magistrati giudicanti, decideranno il prossimo 4 gennaio 2022 data in cui il Processo è stato aggiornato.

In quella occasione, toccherà all’avvocato Carlo Autru (difensore del presunto untore) ed ai colleghi Bonaventura Candido ed Elena Montalbano legali dei familiari della vittima (deceduta dopo anni di sofferenze perchè la reale causa dei suoi disturbi le fu diagnosticata in ritardo quando ormai non poteva più curarsi adeguatamente) argomentare sulle rispettive tesi.

Stamane il dottor Conte, ha dimostrato la piena responsabilità del soggetto tratto alla sbarra, grazie alle testimonianze ed ai riscontri documentali prodotti durante il dibattimento, ma soprattutto per le affermazioni rese dalla sorella della vittima alla quale va riconosciuto il merito di avere combattuto per portare avanti la sua battaglia giudiziaria per salvare anche altre donne, come lei stessa ha spiegato e che in sede di indagini raccontò ai carabinieri quanto segue: “mio cognato avrebbe avuto dieci anni per informare la congiunta della malattia ed inoltre era perfettamente a conoscenza che dal 2015 stava malissimo”.

L’accertamento processuale per accertare l’esistenza di eventuali responsabili fra i medici, che curarono la defunta senza procedere con gli esami necessari per riscontrare un contagio da HIV, malgrado come venne stabilito dai periti nominati dagli inquirenti vi fosse un pieno riscontro della presenza di tutti i sintomi riferibili alla patologia, è alle battute iniziali.