Testo… tratto da, www.torino.corriere.it!
Si chiama sindrome da alienazione parentale, conosciuta anche come «rifiuto genitoriale», e si manifesta con una campagna di denigrazione da parte di un figlio nei confronti di un genitore: un atteggiamento che, secondo gli esperti, sarebbe dovuto a una sorta di «lavaggio del cervello» capace di indurre il figlio a esibire astio e disprezzo nei confronti di un genitore per non scontentare l’altro.
Un tema estremamente delicato di cui a lungo si è discusso in un processo in cui un uomo di 56 anni era accusato dall’ex compagna, di 51, e dal figlio (oggi tredicenne) di maltrattamenti in famiglia: il procedimento si è chiuso nei giorni scorsi e il Tribunale di Torino ha assolto l’imputato — difeso dall’avvocato Antonio Vallone — perché «il fatto non sussiste». Una vicenda complessa che origina da un rapporto a tratti conflittuale tra il 56enne imprenditore agricolo e la 51enne educatrice professionale.
I due si conoscono nel 2012, si frequentano per circa un anno e poi si lasciano. Un mese più tardi lei scopre di essere incinta e la coppia prova a rimettere in sesto la relazione, sperando che la nascita del bambino possa cementificare un’unione sentimentale in realtà mai sbocciata. Non diventeranno mai una famiglia, continueranno a vivere in case separate, ma tenteranno di fare ciascuno la propria parte nell’accudimento e gestione del figlio. I problemi e i dissidi non mancano e nel 2016 per una seconda volta si lasciano. La situazione deflagra tra il 2018 e il 2019 quando i due si ritrovano ad affrontare il complicato capitolo dell’affidamento del minore, che diventa oggetto di una causa civile.
Nella vita dell’ex coppia entrano servizi sociali, psicologi, consulenti tecnici. E la donna comincia a raccontare di presunti maltrattamenti subiti dall’ex compagno: insulti, denigrazioni, tentativi di sminuirla come madre e in ultimo anche schiaffi e spintoni. Contestualmente il bambino inizia a rifiutare il padre, a non voler più trascorrere del tempo con lui perché «tratta male la mamma» e perché lui stesso viene picchiato e insultato.
I servizi sociali segnalano la situazione in procura, dove viene aperta un’inchiesta. E l’imprenditore finisce a processo con l’accusa di maltrattamenti nei confronti dell’ex compagna — che nel frattempo si è sposata e ha avuto un secondo bambino — e del figlio. Parallelamente al processo, allo sfilare di testimoni che in gran parte confermano la versione della donna, scorre il procedimento civile per l’affidamento. Ed è in quel contesto che vengono messe in luce alcune anomalie che alimentano i dubbi sul rapporto madre e figlio. Da un lato la donna manifesta ansie, paure e utilizza «gli incontri peritali — si legge nella consulenza tecnica agli atti — per evidenziare la violenza, aggressività e inadeguatezza dell’ex compagno», che però «non risultano basate su fatti reali».
Emerge che la donna fa di tutto per tenere lontano il figlio dal padre, vivendo con «angoscia la condivisione». Di contro il 56enne si mostra collaborativo e disponibile ad accettare ogni compromesso pur di trascorrere del tempo con il bambino. Ma ancor più preoccupante è il comportamento del piccolo, che si rivela «affettuoso» con il papà quando la mamma è assente. Arrivando anche ad ammettere di «voler trascorre più tempo lui». Mentre si «allinea alle aspettative materne» quando lei è presente o ci sono altri familiari. Le conclusioni della consulenza parlano di «sindrome di alienazione parentale» che avrebbe portato la donna a «manipolare emotivamente il figlio» perché escluda il papà dalla propria vita.
La relazione è stata prodotta dall’avvocato Vallone nel processo per maltrattamenti, diventando così il canovaccio della linea difensiva anche nel corso dell’arringa. L’uomo è stato assolto e lo scorso fine settimane ha incontrato il figlio, che non vedeva dal 2019 (se non in sporadiche occasioni). Le motivazioni della sentenza ancora non sono state depositate ed è solo in quel momento che si potrà capire quanto gli aspetti patologici della vicenda possano aver pesato sulle accuse, sulla narrazione delle presunte violenze e, di conseguenza, sull’assoluzione.


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